BTS ARIRANG

Dopo quattro anni di silenzio discografico, il ritorno dei BTS non è stato semplicemente un comeback. È stato un momento sospeso tra promessa e realtà, tra ciò che i fan immaginavano e ciò che il gruppo ha realmente scelto di raccontare.

Il 21 marzo non è una data casuale. È primavera. È rinascita. Ed è impossibile non pensare a Spring Day, a quella frase che negli anni è diventata quasi un patto emotivo con gli ARMY: ci rivedremo quando la primavera tornerà. E così è stato.

Ma il ritorno non è stato quello che molti si aspettavano.

Il mito del “ritorno alle origini”

Per mesi, il racconto attorno all’album è stato costruito su un’idea chiara: back to our roots. Un ritorno alle sonorità iniziali, alla cultura coreana, a quell’identità grezza e autentica che aveva definito i primi BTS.

Eppure, al primo ascolto, questa promessa sembra non mantenuta.

L’album non è esplicitamente tradizionale. Non è costruito su strumenti hanok-centrici né su strutture musicali immediatamente riconducibili alla musica folk coreana. Ma fermarsi qui sarebbe superficiale.

Perché le radici non sono assenti: sono nascoste.

Sono nei dettagli, nelle melodie, nei richiami sottili che emergono solo a un ascolto attento. È un lavoro di stratificazione, non di esposizione.

“No 29”: il richiamo che avrebbe potuto aprire tutto

Tra tutte le scelte discutibili, quella della tracklist è forse la più evidente.

No 29 avrebbe avuto tutte le carte in regola per essere la prima traccia. Il suono della campana non è solo estetico: è simbolico.

Nella tradizione coreana, le campane dei templi—come la Divine Bell of King Seongdeok—venivano suonate per raggiungere tutti gli esseri viventi: terra, aria e acqua. Era un richiamo universale.

In questo contesto, avrebbe potuto funzionare come una chiamata agli ARMY. Un “siamo tornati” che non ha bisogno di parole.

“Body to Body”: la title track mancata

Se c’è un brano che incarna davvero l’idea di ritorno alle origini, è Body to Body.

Non solo per il sound, ma per ciò che nasconde nel suo momento più potente. Nel chorus finale, si percepisce chiaramente un richiamo a Arirang, una delle canzoni più importanti della cultura coreana.

Arirang non è solo musica: è identità. È memoria collettiva. Ed è anche una delle prime canzoni coreane mai registrate, con studi e archivi conservati anche presso istituzioni come Howard University.

Scegliere questo brano come title track avrebbe significato dichiarare apertamente un ritorno culturale.

“SWIM”: la scelta più sottile

La title track ufficiale, SWIM, si muove nella direzione opposta.

È una canzone morbida, quasi liquida. Non cerca di imporsi, ma di accompagnare. È il tipo di traccia che si inserisce nella quotidianità, che ascolti mentre vivi.

Ma attenzione: la rappresentazione culturale è ancora lì. Solo che non è immediata.

Serve conoscenza. Serve contesto. Serve uno sforzo attivo da parte dell’ascoltatore.

“Hooligan”: caos, identità e linguaggio

In Hooligan, il tono cambia completamente. L’energia è alta, quasi esplosiva.

I go cuckoo crazy, loco, save me, woo
Like El Cucuy, 굳이 말 안 해도 알잖아, woo
Hooligan, like hooligan, 때려 부숴 like hooligan
시간 됐으니 좀 비켜 좀, all clear 이상 무
Take you out, take you out
What’s the future? Where’s the now?
This is international
Make it unforgettable

Il verso “이상 무” (isang mu) è particolarmente significativo. È un’espressione militare coreana che significa “nessuna anomalia”.

Inserita in un contesto così caotico, crea un contrasto potente: anche nel disordine, i BTS mantengono controllo e consapevolezza.

“Aliens”: quando il ritmo diventa identità

In Aliens, una parola spicca su tutte: “Jungmori”.

Per un ascoltatore coreano, è immediatamente familiare. È uno dei pattern ritmici tradizionali più rappresentativi.

Per chi è esterno, invece, diventa qualcosa di estraneo—quasi alieno.

E qui sta il genio del brano: trasformare un elemento profondamente locale in un’esperienza globale di straniamento.

“Like Animals”: Jung e l’ombra

Il verso di Suga è uno dei momenti più profondi dell’album:

Take me into your deep
I wanna lay in your world
So what, your shadow’s a mess
I’m walkin’ with my own dirt

La frase “your shadow’s a mess” è un richiamo diretto al concetto di ombra sviluppato da Carl Jung.

SUGA fa riferimento all’album dei BTS del 2020, “Map of the Soul: 7”, e all’interludio da lui interpretato in esso, intitolato “Shadow”. L’album e il brano trattano il concetto di “ombra” di Carl Jung: quella parte oscura della psiche che si nasconde al mondo o che si fatica ad accettare. Jung sostiene che la realizzazione di sé possa essere raggiunta solo accettando e integrando l’ombra nella propria personalità

Accettarla significa crescere.

Ed è esattamente quello che i BTS stanno facendo.

“They Don’t Know About Us”: riscrivere la narrativa

Questo è uno dei brani più personali dell’album.

We just big boys, a.k.a. country kids
Just riding the wave, just shut up, shut up, oh

Qui entra in gioco il termine “촌놈” (chonnom), storicamente usato in modo dispregiativo per indicare qualcuno di provincia.

I BTS lo riappropriano. Lo trasformano. Lo rendono identità.

Nel secondo verso, il messaggio diventa ancora più chiaro:

“Those guys are special among Asians,” ayy
“Some kinda heroic beings, too hard to break,” uh
Uh, we can’t relate
We’re just seven people though
Ah, you said we changed?
We feel the same

J-hope respinge l’idea di essere una persona straordinaria, riprendendo un verso della canzone dei BTS del 2019, “Boy With Luv”, in cui dice:

“Everyone says that I used to be so little and now I became a hero I say that something like destiny was never my thing World peace (No way) A great order (No way)”

Le tracce emotive: tra passato e presente

Merry Go Round segna un ritorno alle sonorità più morbide, ricordando l’era di O!RUL8,2?.

Like Animals, invece, richiama emotivamente Louder Than Bombs, soprattutto nella costruzione vocale del chorus.

One More Night crea un’atmosfera notturna, intima, quasi sospesa. È una canzone che non esplode mai, ma rimane sotto pelle.

Please è forse il brano più nostalgico. La melodia e il sound richiamano chiaramente tracce come Coffee, Just One Day e Converse High.

“Into the Sun”: andare avanti senza dimenticare

L’ultima traccia chiude l’album con un messaggio chiaro: questo non è un ritorno al passato, ma un passaggio attraverso di esso.

Into the Sun rappresenta il movimento. La crescita. La continuità.

Questo comeback non è costruito per soddisfare le aspettative.

È costruito per essere autentico.

I BTS non sono più quelli degli inizi. Ma non hanno mai smesso di esserlo completamente.

E forse è proprio questo il punto: non si tratta di tornare indietro.

Si tratta di portarsi dietro tutto ciò che si è stati—e trasformarlo in qualcosa di nuovo.