C’è una parola coreana che non si traduce facilmente in nessun’altra lingua: han (한). È un groviglio di dolore, risentimento silenzioso e speranza repressa. Molti la considerano il sedimento emotivo dell’intera storia coreana, accumulato generazione dopo generazione attraverso invasioni, colonizzazioni e divisioni. Chi ha studiato il caso delle Comfort Women dice che nessun’altra vicenda incarna il han con la stessa bruciante precisione. Una ferita inferta in piena luce del giorno, poi sepolta per decenni sotto vergogna, calcolo diplomatico e oblio istituzionale, fino a quando una donna di sessantasette anni, nell’agosto del 1991, ha deciso di parlare.

Un eufemismo per un crimine

Il termine “Comfort Women” nasce come eufemismo dell’esercito imperiale giapponese: ianfu (慰安婦), letteralmente “donne di conforto”. Dietro questa definizione burocratica si celava un sistema organizzato di schiavitù sessuale. Operò dal 1932 al 1945 in tutti i territori sotto occupazione nipponica, dall’Asia orientale al Pacifico.

Le prime stazioni aprirono nel 1932 a Shanghai. Negli anni successivi la rete si espanse seguendo i movimenti dell’esercito. Secondo le ricercatrici delle Nazioni Unite, il sistema coinvolse tra le 200.000 e le 400.000 donne, con un’età compresa tra gli 11 e i 33 anni. La Corea, sotto occupazione giapponese dal 1910, fornì la quota più consistente di vittime. Il reclutamento raggiunse la sua intensità massima tra il 1939 e il 1943.

Come avveniva il reclutamento

I metodi di sottrazione erano molteplici. Ad alcune ragazze promettevano un lavoro in fabbrica o come infermiere. Altre subivano rapimenti diretti. Altre ancora finivano nelle mani di intermediari, a volte con la complicità disperata di famiglie impoverite. Una volta giunte alle stazioni, la realtà si rivelava nella sua brutalità: stupri ripetuti ogni giorno, percosse, umiliazioni, sterilizzazioni forzate. Molte non sopravvissero. Molte di quelle che tornarono portavano corpi irrimediabilmente segnati. La società da cui provenivano non aveva strumenti, né voglia, di reintegrarle.

Il doppio silenzio

La fine della guerra non portò giustizia. Portò un nuovo silenzio, costruito su due fondamenta che si rafforzavano a vicenda.

Il silenzio culturale

La Corea del Sud era, ed è in parte ancora, una società plasmata dai valori confuciani. L’onore familiare e la purezza femminile vi occupano un posto centrale. Le sopravvissute tornavano a casa come donne disonorate, non come vittime di un crimine di guerra. Molte non riuscirono mai a sposarsi. Molte vissero in isolamento, incapaci di costruire relazioni affettive dopo la violenza subita. La vergogna non era solo individuale: era strutturale, codificata nelle norme sociali, riprodotta ogni giorno dalla comunità. Come ha scritto C. Sarah Soh nel volume The Comfort Women: Sexual Violence and Postcolonial Memory in Korea and Japan (University of Chicago Press, 2008), il colonialismo giapponese e il patriarcato coreano si intrecciarono nel determinare il destino di queste donne. Un doppio legame che rese la loro condizione ancora più insostenibile.

Il silenzio politico

Il governo sudcoreano, impegnato nella ricostruzione postbellica e nella guerra fredda, non sollevò la questione. Il Giappone era un alleato economico troppo importante. Il Trattato del 1965, che normalizzava le relazioni tra i due paesi, prevedeva un risarcimento globale. Tokyo lo considerò sufficiente a chiudere ogni controversia storica. Le voci delle donne non trovarono ascolto. Non cercarono nemmeno di ascoltarle.

Il risultato fu un divario di quasi cinquant’anni tra la fine del conflitto e la prima testimonianza pubblica di una sopravvissuta.

Il 14 agosto 1991: Kim Hak-sun rompe il silenzio

Il 14 agosto 1991, una donna di sessantasette anni si presentò davanti alle telecamere e disse il suo nome: Kim Hak-sun. Aveva diciassette anni quando i soldati giapponesi la portarono in una stazione di “conforto” in Cina. Per cinquant’anni aveva taciuto. Poi non poteva più farlo.

La sua testimonianza ebbe la forza di un terremoto. Diede un volto umano a una storia che molti leader giapponesi avevano negato per decenni. Incoraggiò altre sopravvissute a farsi avanti. Costrinse il governo sudcoreano a riconoscere ufficialmente le vittime come sopravvissute di crimini di guerra. E aprì la strada a uno dei movimenti di attivismo più longevi della storia contemporanea.

Le Wednesday Demonstrations

L’8 gennaio 1992, Kim Hak-sun e altre sopravvissute si posizionarono davanti all’ambasciata giapponese a Seoul per chiedere giustizia. Lo fecero di mercoledì. Da quel giorno, ogni mercoledì, qualunque fosse il tempo, le halmeoni (nonne) tornarono in quel posto. Le Wednesday Demonstrations sono oggi la manifestazione continua su un singolo tema più lunga al mondo, un record certificato dal Guinness dei Primati. La millesima si tenne nel dicembre 2011. Le manifestazioni continuano ancora oggi, anche se le sopravvissute capaci di prendervi parte si contano ormai sulle dita di una mano.

La Dichiarazione Kono

Nel 1993, Tokyo rilasciò quella che è nota come la Dichiarazione Kono. Il governo giapponese ammise per la prima volta il coinvolgimento diretto e indiretto dell’esercito nella gestione delle stazioni, e l’uso di lusinghe e coercizioni nel reclutamento. Fu un passo importante. Ma rimase lontano dall’assunzione piena di responsabilità che le sopravvissute chiedevano.

Le ferite nel corpo e nella mente

Gli studi scientifici sulle sopravvissute rivelano l’impatto devastante di un trauma precoce e prolungato. Una ricerca di Park et al. (2016), pubblicata su PubMed, ha analizzato le testimonianze di sedici anziane sopravvissute coreane attraverso interviste qualitative. I risultati documentano disturbo post-traumatico da stress cronico, difficoltà relazionali permanenti, e conseguenze fisiche durature, tra cui sterilizzazioni forzate che avevano privato molte donne della possibilità di avere figli.

Un trauma che non finisce

I traumi dell’infanzia rimodellanosi in modo pervasivo lungo tutta la vita. Penetrano nell’identità, nella memoria autobiografica, nella capacità di relazione. Per le Comfort Women si aggiungeva un secondo strato: l’esclusione sociale al ritorno, la vergogna imposta, l’assenza di riconoscimento. Il trauma non finiva con la liberazione dalle stazioni. Ricominciava in una forma diversa, nella società che avrebbe dovuto accoglierle.

Han: il dolore che si eredita

Per capire come il trauma abbia attraversato i decenni e raggiunto le generazioni successive, bisogna tornare al concetto di han. Kim Yol-kyu ha definito il han come il trauma collettivo e le memorie delle sofferenze imposte al popolo coreano nel corso di cinquemila anni di storia. Non è solo un’emozione individuale. È una condizione trasmessa. Si deposita nel modo in cui i genitori parlano, o tacciono, con i propri figli. Nel modo in cui le famiglie costruiscono la propria narrativa. Nel modo in cui una cultura processa, o evita di processare, la propria storia.

Nel caso delle Comfort Women, il han viveva soprattutto nel silenzio. Le sopravvissute spesso nascondevano la propria storia ai figli. Portavano dentro un segreto che deformava il clima emotivo familiare senza mai nominarsi. I bambini crescevano percependo qualcosa di inesprimibile nella madre, senza avere strumenti per comprenderlo. Questo è il meccanismo centrale del trauma transgenerazionale: non passa necessariamente attraverso parole o racconti, ma attraverso comportamenti, silenzi, reazioni emotive, stati d’ansia senza spiegazione.

La scienza del trauma che si eredita

A partire dalla fine degli anni Duemila, la ricerca ha cominciato a esplorare la trasmissione intergenerazionale del trauma nelle famiglie delle sopravvissute. Uno studio pubblicato su Psychiatry Investigation (Lee et al., 2019) ha analizzato sei figli adulti di ex Comfort Women. Documentò per la prima volta la presenza di sintomi psichiatrici nei discendenti diretti. I risultati, pur limitati dalla dimensione ridotta del campione, dimostrarono che il trauma non si esauriva con la morte delle sopravvissute.

I figli del silenzio

Ricerche successive sulle famiglie di sopravvissute taiwanesi hanno ampliato il quadro. Shu-Hua Kang e Myriam Denov hanno documentato come le narrative familiari si costruissero attorno a vuoti e silenzi. Le generazioni successive hanno riempito quei vuoti con stati d’ansia, difficoltà relazionali, sensi di colpa inspiegabili. I figli delle Comfort Women, oggi anziani tra i sessanta e gli ottant’anni, portano spesso un peso di cui non conoscono l’origine precisa, perché la madre non aveva mai parlato.

Sul piano biologico, la ricerca epigenetica studia i meccanismi molecolari attraverso cui il trauma modifica l’espressione genica e trasmette questi cambiamenti alla progenie. Le certezze scientifiche rimangono ancora parziali. Ciò che risulta invece ben documentato è il meccanismo psicologico: una madre segnata dal trauma sviluppa stili di attaccamento che influenzano lo sviluppo emotivo dei figli, anche senza raccontare nulla del passato.

La statua della pace e la diplomazia incompiuta

Nel 2011, gli scultori coreani Kim Seo-kyung e Kim Eun-sung installarono una piccola figura bronzea sul marciapiede di fronte all’ambasciata giapponese a Seoul. La Statua della Pace raffigura una giovane ragazza seduta, i pugni stretti sulle ginocchia, lo sguardo fisso verso l’edificio diplomatico. Accanto a lei c’è una sedia vuota, in ricordo di tutte le donne che non hanno vissuto abbastanza a lungo per vedere la giustizia. La statua è diventata uno dei simboli più potenti della memoria storica coreana. La sua presenza ha irritato a lungo il governo giapponese, che ne ha più volte chiesto la rimozione.

L’accordo del 2015 e le sue contraddizioni

Nel dicembre 2015, Seoul e Tokyo annunciarono un accordo che i due leader definirono “definitivo e irrevocabile”. Il Giappone avrebbe versato circa otto milioni di dollari. Non come risarcimento formale, ma come donazione. In cambio, la Corea si impegnava a non sollevare più la questione nei consessi internazionali.

Le sopravvissute non parteciparono ai negoziati. E rifiutarono l’accordo. Gli attivisti e l’opinione pubblica coreana lo vissero come una seconda resa. Un anno dopo, gli attivisti installarono una replica della statua davanti al consolato giapponese di Busan. Tokyo reagì richiamando temporaneamente il proprio console e sospendendo alcune iniziative di cooperazione economica.

Una memoria che attraversa i confini

La Statua della Pace ha varcato i confini geografici. La prima in Europa si trova a Berlino. La prima in Italia sorge a Stintino, in Sardegna. La memoria delle Comfort Women è diventata patrimonio della coscienza globale.

La posizione del governo giapponese rimane fragile e contraddittoria. Le scuse formali sono arrivate, in varie formulazioni nel corso dei decenni, ma quasi sempre con distinguo e silenzi nei libri di testo. Generazioni di studenti giapponesi sono cresciute senza conoscere questa storia. Le sopravvissute e le loro famiglie lo sanno bene.

Arte, cinema e il dovere della memoria

Dove il diritto ha fallito, la cultura ha cercato di fare la sua parte. Dagli anni Novanta, opere letterarie, cinematografiche e artistiche hanno costruito la memoria collettiva intorno alle Comfort Women. Hanno restituito loro voce al di là della narrazione semplificata della vittima senza storia.

Il romanzo Comfort Woman di Nora Okja Keller, pubblicato nel 1997 e vincitore dell’American Book Award, esplora il trauma transgenerazionale attraverso due voci alternate. Quella di Akiko, sopravvissuta che vive alle Hawaii tra visioni e memorie. E quella di sua figlia Beccah, nata in America, che solo dopo la morte della madre capisce il peso che quella donna aveva portato per tutta la vita. Il romanzo ha portato la questione fuori dalla Corea, in una lingua accessibile a un pubblico globale.

Il cinema che ha rotto il silenzio

Nel cinema documentario, The Apology (2016) della regista canadese Tiffany Hsiung segue per sei anni tre sopravvissute in Corea del Sud, Cina e Filippine. Al centro c’è Gil Won-Ok, rapita da Pyongyang a tredici anni con la promessa di un lavoro in fabbrica, che ha partecipato per decenni alle Wednesday Demonstrations. Il film offre uno sguardo raro sulla vita interiore di queste donne nella loro tarda età, ancora in attesa di un riconoscimento che per molte non è mai arrivato.

Il cinema di finzione coreano ha affrontato il tema con crescente sofisticazione. Snowy Road (2015) racconta l’amicizia tra due ragazze di estrazione diversa trascinate entrambe nel sistema delle stazioni. I Can Speak (2017) sceglie una tonalità quasi comica per raccontare un’anziana donna che impara l’inglese per testimoniare davanti al Congresso americano. Questi film, come ha analizzato Kyoung-Lae Kang nel Journal of Humanities della Seoul National University (2018), segnano un passaggio generazionale. Dalla testimonianza documentaria alla rielaborazione narrativa di chi non ha vissuto gli eventi in prima persona. È ciò che lei chiama il discorso della “post-memory generation”.

Le ultime testimoni e il futuro di una memoria

Le sopravvissute ancora in vita si contano sulle dita di una mano. Con loro scompare qualcosa di irreversibile: la possibilità di sentire, da una voce diretta, che cosa significava essere una ragazza coreana nel 1940 e ritrovarsi in una stazione militare lontana migliaia di chilometri da casa.

Questo rende urgente il lavoro di raccolta delle testimonianze, di ricerca scientifica sui discendenti e di trasmissione culturale alle nuove generazioni. Il governo sudcoreano detiene le informazioni personali sulle sopravvissute e sulle loro famiglie. I ricercatori segnalano però che non esistono ancora piani strutturati per studi sistematici sui figli delle vittime, nonostante le prove preliminari della trasmissione intergenerazionale del trauma.

Uno specchio per la Corea di oggi

La questione si intreccia con i movimenti femministi contemporanei in Corea del Sud. È un paese che solo negli ultimi anni ha cominciato a interrogarsi seriamente sulla violenza di genere e sulla cultura del silenzio che circonda le vittime di abusi. Il caso delle Comfort Women non è solo storia. È uno specchio in cui la società coreana continua a guardarsi, e ciò che vede non sempre è comodo da contemplare.

C. Sarah Soh ha messo in luce come il destino delle Comfort Women non dipendesse solo dalla brutalità del militarismo giapponese. Le strutture di genere e di classe della società coreana dell’epoca rendevano certe donne più vulnerabili di altre. Non per attenuare le responsabilità storiche, ma per restituire a questa vicenda tutta la sua complessità, evitando che una narrativa semplificata finisca per silenziare, ancora una volta, le singole storie.

Perché è di storie singole che si tratta. Ragazze con nomi, famiglie, sogni interrotti. Donne che hanno portato per decenni un peso che nessuno aveva chiesto loro di sollevare, e che quando hanno trovato il coraggio di parlare hanno cambiato il corso della memoria storica. Il loro han, quel dolore intraducibile e tenacissimo, non si è estinto con loro. Si è depositato nei corpi e nelle menti dei loro figli, ha attraversato l’oceano nelle pagine di un romanzo, ha preso forma in una statua bronzea sul marciapiede di Seoul che ogni mercoledì guarda verso un’ambasciata e aspetta ancora