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Nella Corea Joseon la società si divideva in caste rigide. La vita di ogni persona dipendeva quasi interamente dalla famiglia in cui nasceva. In cima stavano gli yangban, l’aristocrazia letterata e militare. Seguivano gli jungin, i funzionari tecnici e i medici. Più in basso si trovavano gli sangmin, i contadini e i commercianti comuni. Alla base della piramide sociale, sotto perfino gli sangmin, esisteva un gruppo considerato impuro e indegno di contatto umano: i baekjeong.

Il termine baekjeong significa letteralmente “gente comune”. Una scelta linguistica quasi ironica, se si pensa al trattamento riservato a chi portava questo nome. Per secoli i baekjeong hanno vissuto ai margini della società coreana. Erano relegati a mestieri considerati impuri e sottoposti a un sistema di regole che segnava ogni aspetto della loro vita quotidiana. La loro storia resta oggi uno dei capitoli meno raccontati della Corea premoderna, un tema che la cultura popolare tende a ignorare anche quando racconta il periodo Joseon nei minimi dettagli.

Le origini contese di un popolo senza casa

Le origini dei baekjeong restano ancora oggetto di dibattito tra gli storici. Una delle ipotesi più accreditate li collega a gruppi nomadi di origine tatara o mongola, stabilitisi in Corea in epoche diverse. Il filosofo e riformatore Jeong Yak-yong, meglio noto come Dasan, fu uno dei pensatori più influenti del tardo periodo Joseon. Secondo lui i baekjeong discendevano dagli yangsucheok, un gruppo nomade del periodo Goryeo specializzato nella caccia, nella macellazione e nella lavorazione dei cesti di vimini.

Durante il primo periodo Goryeo questi gruppi vivevano in comunità relativamente stabili. Le cose cambiarono radicalmente dopo le invasioni mongole del tredicesimo secolo. La Corea sprofondò nel caos e molte comunità furono costrette a diventare nomadi. In quel periodo esistevano due sottogruppi distinti al loro interno. Da una parte gli hwachae, dediti alla caccia e alla macellazione e percepiti come rozzi. Dall’altra i jaein, attori, intrattenitori, musicisti e kisaeng, spesso descritti come persone frivole. Dopo le invasioni mongole i coreani iniziarono a guardare a questi gruppi con sospetto. Temevano che potessero diventare alleati dei mongoli, e questo sospetto contribuì a istituzionalizzarne l’emarginazione.

L’unificazione forzata sotto il nome baekjeong

All’inizio della dinastia Joseon, re Sejong tentò un’operazione di integrazione senza precedenti. Il sovrano unificò i diversi gruppi di emarginati sotto un unico nome, baekjeong, che in precedenza indicava semplicemente i contadini comuni del periodo Goryeo. Li iscrisse nei registri di famiglia. Assegnò loro terreni da coltivare. Cercò di stabilirli in comunità fisse sotto il controllo statale.

L’intenzione era chiara: cancellare la distinzione tra baekjeong e popolazione comune attraverso l’assimilazione amministrativa. Il tentativo fallì. La popolazione comune continuò a discriminare i discendenti degli antichi gruppi emarginati, ignorando le disposizioni reali. Persino i funzionari incaricati di applicare le riforme di Sejong non le rispettarono. I baekjeong, dal canto loro, non abbandonarono facilmente i propri mestieri tradizionali. Mostrarono scarso interesse per l’agricoltura a cui il re li voleva destinare. Entro il quindicesimo secolo lo stato abbandonò ogni tentativo di assimilazione. I baekjeong furono relegati in insediamenti fissi ai margini di città e villaggi, spesso sovraffollati perché non ricevevano nuove terre con la crescita della popolazione.

Mestieri impuri e leggi suntuarie

La marginalizzazione dei baekjeong si radicava profondamente nella cultura religiosa coreana. L’influenza buddhista rendeva il contatto con la morte e con il sangue animale un atto considerato moralmente impuro. I baekjeong svolgevano proprio quei mestieri che nessun coreano rispettabile avrebbe accettato di praticare. La macellazione degli animali, la lavorazione del cuoio, il disbrigo di funerali e sepolture. Erano compiti indispensabili per la società. Eppure bastavano a marchiare chiunque li svolgesse come impuro per generazioni.

Attorno a questa condizione si sviluppò un sistema di regole minuzioso, pensato per rendere visibile la loro posizione subalterna in ogni momento della vita pubblica. Ai baekjeong era proibito abitare in case con il tetto in tegole. Non potevano indossare seta, calzare scarpe di cuoio o portare il tradizionale cappello gat. Le donne non potevano usare forcine ornamentali nei capelli e i sandali dovevano essere di paglia. Incontrando uno yangban per strada, un baekjeong doveva inchinarsi e rivolgersi a lui con termini onorifici, anche se si trattava di un bambino. Durante una trattativa commerciale non poteva sedersi sulla veranda di una casa, ma doveva restare all’ingresso del giardino. Ai matrimoni non era concesso l’uso di lettighe o cavalli. Nei documenti ufficiali il nome di un baekjeong non poteva contenere caratteri come benevolenza, rettitudine, rito o saggezza, valori riservati simbolicamente a chi apparteneva a un rango superiore.

Dall’abolizione legale alla persistenza sociale

Nel 1894 la riforma Gabo abolì ufficialmente il sistema castale coreano. Cancellò sulla carta le distinzioni di classe che avevano strutturato la società Joseon per secoli. Per i baekjeong, tuttavia, questa abolizione rimase largamente formale. I registri di famiglia continuarono a distinguerli dal resto della popolazione. La loro occupazione veniva marcata con il carattere che significa macellaio, oppure con un semplice punto rosso accanto al nome. La discriminazione sociale, radicata da secoli nella cultura popolare, non scomparve certo per decreto.

Fu in questo contesto di emancipazione legale ma non sostanziale che nacque lo Hyongpyongsa. Il movimento fu fondato a Jinju il 23 aprile 1923, dall’alleanza tra baekjeong benestanti o istruiti e sostenitori esterni al gruppo. L’obiettivo dichiarato era l’abolizione delle classi e degli appellativi denigratori ancora in uso. Il movimento puntava anche alla promozione dell’istruzione e della solidarietà tra i propri membri. Crebbe rapidamente, arrivando a contare fino a 166 sezioni in tutto il paese nel suo periodo di massima diffusione. Si confrontò con l’opposizione della popolazione maggioritaria e con la sorveglianza delle autorità coloniali giapponesi, che nel 1927 arrestarono diversi suoi membri per attività considerate sovversive.

Nel 1935 lo Hyongpyongsa si sciolse, dopo aver dichiarato di avere raggiunto una piena integrazione sociale per i baekjeong. È un’affermazione che gli storici guardano con scetticismo. Il confronto con gruppi analoghi, come i burakumin giapponesi o i dalit indiani, è rivelatore: le loro lotte per l’uguaglianza sono proseguite, con alterne fortune, fino ai giorni nostri.

Un’eredità rimossa dalla memoria collettiva

A differenza di quanto accaduto in Giappone e in India, oggi in Corea del Sud non esistono comunità baekjeong identificabili come tali. La guerra di Corea provocò devastanti migrazioni interne e la distruzione di documenti e registri. Questo ha reso quasi impossibile tracciare i discendenti diretti del gruppo. A ciò si aggiunge un fattore culturale specifico: nella tradizione coreana i baekjeong potevano cambiare cognome con relativa facilità. Questa possibilità ha permesso a molte famiglie di dissolvere ogni traccia visibile della propria origine.

Il risultato è un silenzio quasi totale attorno a questo capitolo della storia coreana. Il tema dei burakumin resta presente, seppur controverso, nel dibattito pubblico giapponese. La questione dei dalit continua a essere oggetto di attivismo e legislazione in India. La memoria dei baekjeong, invece, sembra essersi dissolta insieme alle comunità stesse. Restano solo le fonti storiche, i documenti dell’epoca coloniale e gli studi accademici. Sono loro a ricordare che, fino a un secolo fa, un’intera categoria di persone in Corea viveva come intoccabile, esclusa dalla società per il solo fatto di essere nata in una determinata famiglia.

Ripercorrere questa storia significa restituire visibilità a una parte della Corea che raramente compare nei racconti più diffusi sul periodo Joseon, dominati da re, aristocratici e studiosi confuciani. I baekjeong raccontano un’altra faccia della società coreana premoderna. La loro emarginazione sistematica e la loro lotta silenziosa per il riconoscimento restano meno celebrate, ma altrettanto rivelatrici delle rigidità e delle contraddizioni di quel mondo.