Curiosità

Tradizioni e superstizioni in Corea

Tradizioni, abitudini, usanze o forse semplicemente modi diversi di vedere il mondo intorno a noi. Strano o normale? Tutto dipende dal punto di vista dal quale lo stai osservando. Perciò in questo articolo cercherò di parlarvi di alcune delle tradizioni coreane che a me, una studentessa italiana di 23 anni, sembrano particolari, addirittura strane

Bere o non bere l’acqua del rubinetto?

Come si può (forse) intuire dal gioco di parole che ho creato nel titolo (più o meno brillante che sia), la prima delle infinite tradizioni coreane che vi propongo è quella dell’acqua del rubinetto. Ebbene sì, quella stessa acqua che utilizziamo spesso sia in cucina che in altre attività giornaliere. Almeno entro i confini di casa mia, l’acqua non solo risulta potabile, ma viene spesso utilizzata in diverse preparazioni.

In Corea, contrariamente a quello che si può pensare, non si è soliti bere e/o utilizzare l’acqua non imbottigliata, se non nel momento in cui viene bollita.

Un coreano potrebbe quindi meravigliarsi nel vederci bere un bicchiere di acqua direttamente dalla fonte metallica che ritroviamo in gran parte delle nostre cucine e bagni, tanto quanto noi ci meraviglieremo nel veder accadere il contrario.

La soluzione? Installare un depuratore e incontrarsi così comodamente a metà strada.

Divano o pavimento?

Questo o quello, conoscete tutti le regole giusto? 1…2…3: pollo fritto o pollo piccante? Mare o montagna? Jajangmyeon o Jjamppong? Divano o pavimento?

Ebbene se all’ultima domanda avete optato per la seconda, allora è molto probabile che in qualche modo la cultura coreana non sia una completa sconosciuta per voi o addirittura che sia parte integrante delle vostre giornate. Non è né un umorismo innato né tanto meno pazzia quello che mi ha portato a scrivere l’ultima alternativa, bensì una tradizione estremamente diffusa in Corea.

Senza dilungarmi troppo, né tenervi sulle spine, sto facendo riferimento proprio a quell’abitudine di utilizzo del pavimento come seduta di preferenza. Lungo è il passo che dobbiamo compiere se vogliamo trovarne l’origine: un passo tanto lungo quanto il periodo che ci separa da quello Chosŏn. Il sistema di riscaldamento in uso a quell’epoca creava infatti delle zone fredde e delle zone più calde (la pavimentazione) all’interno delle abitazioni. Quindi, semmai vi troviate in una situazione simile, non vi dovrete sorprendere se attività come un pranzo, una cena, un momento di convivialità o semplicemente di relax, saranno appannaggio esclusivo del pavimento. In fondo, a pensarci bene qualcuno non diceva: “everything I need is on the ground.”

Le lenti del rispetto

Se mi avessero detto che gli occhiali erano sinonimo di rispetto, la me decenne delle elementari, avrebbe risolto la metà dei complessi e dei problemi di autostima che comportava indossarli. In Corea fino a metà del secolo scorso, si conservava nelle campagne e nei villaggi più remoti, una tradizione che legava l’utilizzo di lenti alle persone più anziane, che erano solite indossarle.

È risaputo infatti gli anziani non solo vengono rispettati, ma sono soggetti a determinate pratiche e/o usanze specifiche, legate al loro status.

Ebbene, al giorno d’oggi chiunque può indossare un paio di occhiali, con montature che vanno dalle più eccentriche alle più semplici, senza che questo desti sorpresa o addirittura venga percepito come un’offesa.

In passato però non era così. Valerio Anselmo, autore di un articolo a riguardo che avevo letto in passato, racconta come nel 1967 durante una visita universitaria nello studio di un letterato del posto, sia stato “costretto” a togliersi gli occhiali fino alla fine del loro colloquio.

Una cosa è certa, il termine quattrocchi avrebbe avuto vita molto breve in Corea.

Compravendita di sogni

Prima che mi fermiate o che mi prendiate per matta, non è frutto della mia immaginazione, né tanto meno dovete pensare ad una scena in stile “mercato del venerdì”. Semplicemente in Corea ogni sogno ha un significato preciso e per quanto riguarda quelli positivi c’è la possibilità di scambiarli, o meglio di vendere e comprarli. In particolare, tra conoscenti, meglio se amici e/o familiari, è possibile barattare i propri sogni per qualcosa di cui si ha bisogno (soldi, bevande, alimenti etc.). Questa usanza è vista come una sorta di portafortuna, anche se comporta dei “rischi”. Il venditore infatti decide di condividere parte della sua fortuna, ma non è tenuto a specificare i dettagli del sogno fatto; il compratore si dovrà quindi fidare totalmente dell’altro e del fatto che il sogno sia all’altezza delle sue aspettative e/o necessità.

Se però vuoi tenerti stretto il tuo personale lucky charm, farai bene a mantenerlo segreto per non disperderne il potere.

Colui che non può essere nominato

Dulcis in fundo, eccoci arrivati all’ultima delle tradizioni elencate: l’origine e l’utilizzo del numero quattro. Ebbene, nonostante il coreano non sia una lingua tonale (come ad esempio il cinese), il carattere (hanja) del numero quattro (사) è uguale in pronuncia a quello della parola morte (nonostante l’origine dei due caratteri sia diversa).

Per questo negli edifici pubblici, così come negli ospedali è solito venire omesso, mentre negli ascensori viene solitamente sostituito dalla lettera F, che fa riferimento all’iniziale della parola four (ovvero quattro in inglese).

Anche per quanto riguarda i numeri civici, in riferimento soprattutto a quelli contenti più occorrenze del numero 4 (come per esempio 404) sono evitati, così da non comprometterne il valore della proprietà.

Addirittura in un’occasione la società ferroviaria Korail (Korea Railroad Corporation) ha evitato di utilizzare come numero di locomotiva la cifra 4444.

La cosa curiosa che ho scoperto facendo ricerche a riguardo è che anche in Italia c’è un fondo di superstizione legato a questo numero. Nella smorfia toscana infatti (usata per esempio nel gioco della tombola), il numero quattro viene solitamente associato ad una bara e quindi alla sfortuna.


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