C’è una parola in coreano che nessuna traduzione riesce davvero a contenere. Sa di notti insonni e di torti mai riparati, di lacrime trattenute troppo a lungo e di speranze rimaste sospese nell’aria. Quella parola è han (한, 恨). E se esiste l’han, esiste anche il suo contrario necessario: l’han-puri (한풀이), l’atto di scioglierlo, di lasciarlo andare, di trasformarlo in qualcosa di vivo.

Chi si avvicina alla cultura coreana attraverso i K-drama o la musica incontra l’han spesso, anche senza saperlo nominare. È quella sensazione viscerale che provi guardando certi drama storici, ascoltando una voce di pansori che sale e si spezza, o vedendo un personaggio portare il peso di un’ingiustizia che non è solo sua ma di un’intera generazione. L’han-puri è la risposta rituale a quel peso: l’anima di cerimonie millenarie, di danze intrise di fumo e tamburi, di voci che cantano per ore nell’oscurità finché qualcosa si scioglie.

Han: l’emozione intraducibile

Prima di capire l’han-puri, vale la pena sostare sull’han stesso. Il carattere cinese da cui deriva, 恨, significa risentimento, odio, rimpianto. In coreano, però, il termine ha guadagnato nel Novecento una densità molto più complessa. Racchiude dolore personale e collettivo, rassegnazione e resistenza silenziosa, rimpianto e una strana speranza ostinata.

L’han non cerca vendetta. Aspetta, paziente, di essere riconosciuto prima di trasformarsi. Per questo non esiste una traduzione onesta in una parola sola: tristezza, risentimento, rimpianto, dolore sordo dell’anima, senso di oppressione mai del tutto nominato. È una costellazione.

Il legame tra l’han e l’identità coreana è più moderno di quanto si pensi. Il termine non compariva nei dizionari coreano-inglesi di fine Ottocento, e la letteratura classica coreana era ricca di satira, umorismo e lieti fini. Durante l’occupazione giapponese (1910-1945) il critico Sōetsu Yanagi caratterizzò l’arte coreana come intrinsecamente “dolorosa”. I coreani rivendicarono quell’etichetta e la trasformarono in strumento di identità collettiva. Da lì nacque l’han come sentimento nazionale.

Oggi l’han attraversa tutta la cultura popolare: nei drama che fanno piangere senza vergogna, nelle ballate K-pop che toccano corde profonde, nei film di Bong Joon-ho e Park Chan-wook dove la violenza nasce sempre da qualcosa di irrisolto. Le radici rituali, però, affondano nello sciamanesimo coreano, il Musok (무속), che offriva già da secoli una pratica precisa per affrontarlo: l’han-puri.

Il significato di han-puri

La parola “puri” (풀이) merita una spiegazione a sé. Come suffisso nel contesto sciamanico significa “sciogliere, disperdere, liberare”. Lo stesso suffisso compare in “salpuri” (살풀이, sciogliere l’energia negativa) e in “bonpuri” (본풀이, il racconto delle origini di una divinità). Nell’han-puri, questo scioglimento riguarda il rancore, il dolore e il trauma accumulati, in un individuo vivo o in uno spirito che non ha trovato pace dopo la morte.

L’han-puri non è una guarigione nel senso occidentale del termine. Non rimuove il dolore: lo rievoca, lo riconosce, lo attraversa dall’inizio alla fine. Solo dopo quella traversata la liberazione diventa possibile. Ricorda più una catarsi aristotelica che una terapia moderna. Si dà forma al dolore, voce, movimento, finché si trasforma in qualcosa di diverso.

L’han-puri agisce su tre livelli.

  • A livello individuale, libera chi porta in vita un’ingiustizia irrisolta.
  • A livello collettivo, accompagna le comunità che reggono il peso di lutti storici e violenze subite.
  • A livello spirituale, libera le anime dei defunti che l’han tiene ancorate al mondo dei vivi.

Il gut: la cerimonia al cuore di tutto

L’han-puri prende forma nel gut (굿), il grande rituale sciamanico coreano. Lo officia la mudang (무당), la sciamana, figura quasi sempre femminile. La mudang non agisce semplicemente da sacerdotessa: diventa un canale, un corpo attraverso cui le divinità e le anime dei defunti prendono voce.

Durante il gut la mudang canta le muga (무가), i canti sacri sciamanici. Cambia più volte costume per incarnare spiriti diversi, danza su tamburi e gong, dialoga con gli dei e con i morti. La cerimonia si divide in fasi chiamate gori, ciascuna dedicata a una divinità o a uno spirito specifico. Prima di ogni gut, la mudang purifica l’altare con fuoco e acqua. Il bianco, colore della purezza e del lutto nella tradizione coreana, domina la scena: nelle vesti, nelle offerte di carta, nelle stoffe che sventolano nell’aria.

Chi assiste entra in uno spazio dove il confine tra dolore e gioia, tra pianto e danza, scompare. I partecipanti pregano, mangiano, bevono, piangono e si muovono insieme per ore. Quell’energia accumulata rende possibile, alla fine, il momento di liberazione: il vero han-puri.

Ssitgim-gut: lavare l’anima dei morti

Tra i rituali gut più direttamente legati all’han-puri c’è il ssitgim-gut (씻김굿), la cerimonia di purificazione per le anime dei defunti. “Ssitgim” significa “lavare, purificare”. L’obiettivo è lavare via l’impurità dello spirito di chi è morto in modo violento, improvviso o carico di rimpianti, e permettergli di attraversare la soglia verso il mondo dei morti.

Nello sciamanesimo coreano, un’anima che muore con l’han irrisolto non raggiunge l’aldilà. Rimane legata ai vivi e la sua presenza si manifesta come sfortuna cronica, malattia inspiegabile o dolore persistente nella famiglia. La mudang risponde a questa condizione diventando la voce dello spirito: canta il suo dolore, racconta la sua storia, lo accompagna attraverso le dodici sequenze della cerimonia fino alla soglia.

Il ssitgim-gut si pratica soprattutto nel sud-ovest della Corea del Sud, in particolare sull’isola di Jindo. Il governo coreano lo riconosce come Patrimonio Culturale Immateriale n. 2. Durante il rituale un fantoccio di carta o di paglia rappresenta il corpo del defunto: la mudang lo veste, lo onora con offerte di cibo, riso e vino di riso, poi lo dissolve. L’acqua versata purifica e apre il passaggio. Chi assiste non guarda: piange, prega, danza. Tutto questo fa parte della guarigione, per i morti e per i vivi.

Salpuri: il dolore danzato

Se il ssitgim-gut è il rituale per i defunti, la danza salpuri (살풀이춤) è l’han-puri incarnato nel corpo dei vivi. “Sal” (살) indica nello sciamanesimo un’energia negativa, una maledizione o una forza oscura depositata su una persona. “Puri” la scioglie. La sciamana danzava il salpuri dopo l’esorcismo, per disperdere nell’aria le ultime tracce dell’energia maligna.

Nel corso dei secoli il salpuri si è evoluto da pratica sciamanica a forma d’arte codificata. Nel 1990 lo Stato lo ha designato Patrimonio Culturale Immateriale Importante n. 97. Ha conservato però tutta la sua carica emotiva. La danzatrice impugna un lungo foulard di seta bianca e lo manipola nell’aria: lo lascia volare, lo trattiene, lo fa scorrere come se portasse qualcosa di invisibile.

La struttura rispecchia la dinamica dell’han-puri. La danza inizia lenta, quasi immobile: le spalle e i polsi trattengono un peso. Poi il ritmo sale, il foulard si anima, i gesti si aprono. C’è un momento verso la fine in cui tutto sembra sospeso in una leggerezza impalpabile. È lì che il sal si disperde e qualcosa di inesprimibile trova la sua uscita.

Pansori: la voce che trasforma

L’han-puri non abita solo i rituali sciamanici. Vive anche nel pansori (판소리), la forma musicale epica in cui un unico cantante, il sorikkun, narra storie per ore con l’accompagnamento di un solo percussionista. Nel 2003 l’UNESCO lo ha iscritto tra i Patrimoni Orali e Immateriali dell’Umanità. Il pansori incarna forse meglio di ogni altra forma la dialettica tra han e heung (흥).

L’heung è l’energia collettiva, la gioia vitale, il calore che si accende quando le persone condividono qualcosa insieme. Nel pansori han e heung non si alternano: si compenetrano. La voce del sorikkun scende nel dolore, vi affonda, poi ne emerge con una vitalità che sa di resurrezione. Il pubblico risponde con i chuimsae, esclamazioni di incoraggiamento che costruiscono un ritmo collettivo. Il dolore narrato diventa esperienza comune e, in quella comunione, si trasforma.

Le Cinque Madang, i grandi epici del pansori, portano tutte al centro rancore, ingiustizia e perdita: l’amore impossibile di Chunhyangga, la pietà filiale di Simcheongga, la satira di Sugungga. La voce del sorikkun, allenata per anni fino a una qualità aspra e rauca che i coreani chiamano “suri”, trasforma fisicamente il dolore in suono. È han-puri in stato puro.

Han-puri nei K-drama: il rituale continua

Chi guarda i K-drama con attenzione riconosce, spesso senza saperlo nominare, la struttura dell’han-puri. Le narrazioni più amate seguono una logica rituale: un personaggio porta un dolore irrisolto legato a un’ingiustizia storica o a un trauma transgenerazionale, e l’intera vicenda è il percorso che lo porta a riconoscerlo e trasformarlo.

In “Goblin” (도깨비, 2016) il protagonista porta per secoli il peso di una morte ingiusta. Un rancore lo tiene legato al mondo dei vivi. La sua storia è letteralmente un han-puri su scala soprannaturale. In “Mr. Sunshine” (미스터 션샤인, 2018) il dolore collettivo del popolo coreano durante l’occupazione giapponese guida ogni scelta narrativa. Ogni personaggio porta la propria storia di ingiustizia e sacrificio. La struttura del melodrama coreano stesso, con il suo indugiare sul dolore prima della catarsi, rispecchia la logica dello ssitgim-gut: si attraversa il rancore fino in fondo, e solo allora arriva la liberazione.

Il pubblico internazionale reagisce ai K-drama con un’intensità spesso sorprendente. La struttura dell’han-puri funziona anche per chi non conosce la parola, perché tocca qualcosa di profondamente umano: il bisogno di riconoscere il dolore prima di lasciarlo andare.

Han-puri oggi: tra terapia e identità

Oggi l’han-puri è oggetto di riflessione anche fuori dal mondo sciamanico. Psicologi e terapeuti coreani hanno studiato la struttura del gut come forma di elaborazione del trauma collettivo, trovando analogie con il psicodramma e la terapia narrativa. La cerimonia crea uno spazio in cui il dolore emerge, la comunità lo testimonia e l’azione rituale lo trasforma.

Il ssitgim-gut e il salpuri si praticano ancora, sia nelle occasioni tradizionali sia in contesti culturali e performativi. Anche a Seoul, durante i festival di arti tradizionali o in certi quartieri storici, è possibile assistere a gut officiati da mudang che trasmettono la loro pratica per linea diretta o per chiamata spirituale.

Vale però riconoscere una tensione. L’han come concetto identitario rischia di diventare uno stereotipo, una riduzione della Corea a una sola emozione. Diversi studiosi sottolineano che l’idea dei coreani come “un popolo di han” è in gran parte una costruzione del Novecento, alimentata da politiche nazionalistiche. L’han-puri, in questo senso, non è solo un rituale di guarigione: è anche un promemoria che i dolori più profondi non scompaiono per negazione, ma solo attraversandoli fino in fondo.

Forse è per questo che certi K-drama fanno piangere senza vergogna anche a chi non ha mai sentito un tamburo di gut, e certi versi di pansori sembrano riconoscibili come qualcosa di antico. L’han-puri non è solo coreano. È il nome coreano di qualcosa che ogni cultura umana conosce: il momento in cui il dolore, finalmente riconosciuto, si trasforma in movimento, in suono, in lacrime condivise. E in quello sciogliersi, lascia spazio a qualcosa di nuovo.