
Quattro anni. Quattro anni in cui ciascuno dei sette membri dei BTS ha intrapreso un proprio percorso solista, un proprio viaggio nell’interiorità – e noi, dall’altra parte, abbiamo aspettato. Ho aspettato, con quella particolare forma di pazienza che si riserva solo alle cose a cui si tiene davvero.
Quando è stato annunciato Arirang, il titolo mi ha colpita come un lampo. Arirang è la canzone folk coreana per eccellenza, il brano che attraversa secoli di storia, di dolore collettivo, di resistenza silenziosa. È il cuore pulsante dell’identità culturale coreana, così radicato nella memoria nazionale da essere stato inserito nel 2012 nell’elenco del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dell’UNESCO. Con un nome del genere, mi aspettavo qualcosa di esplicitamente tradizionale: strumenti a corda, ritmi del pungmul, testi che citassero la storia della penisola. Mi aspettavo un manifesto.
Quello che ho trovato, invece, è qualcosa di più sottile. Di più onesto.
Arirang non è un album folkloristico. Non è una dichiarazione identitaria scritta in grassetto. È un organismo vivente in cui la cultura coreana è presente come il midollo in un osso: non si vede dall’esterno, ma è lì, necessaria, a sorreggere tutto il resto. Ci ho messo qualche ascolto per capirlo – e quando l’ho capito, ho cambiato prospettiva.
21 marzo: una promessa mantenuta
La data di uscita non è casuale. Il 21 marzo è il primo giorno di primavera, e i fan di lunga data sanno esattamente cosa significa. Spring Day – una delle canzoni più amate della discografia BTS – si chiude con una promessa: ci rivedremo quando tornerà la primavera. Pubblicare Arirang il giorno dell’equinozio di primavera è un gesto deliberato, quasi letterario. È la chiusura di un cerchio. Non un reboot, ma un compimento.
Già da questo dettaglio si capisce che Arirang è un album costruito su più livelli di lettura: uno superficiale, accessibile a tutti, e uno più profondo, riservato a chi ha seguito il percorso dei BTS con attenzione. Questa stratificazione è uno dei tratti distintivi dell’intera opera.
Body to Body e SWIM: il ritorno alle radici come scelta narrativa
Di tutti i brani dell’album, Body to Body è quello in cui il legame con la tradizione si fa più esplicito e al tempo stesso più integrato. È il brano che più di ogni altro avrebbe potuto fare da singolo trainante – ha quella struttura magnetica, quella capacità di restare – e al suo interno si riconoscono frammenti melodici che richiamano l’Arirang tradizionale, non come campionamento diretto ma come eco, come memoria muscolare.
SWIM, invece, è il contrario dell’ostentazione. Soft, accessibile, quasi quotidiana. Chi ascolta senza cercare nulla vi troverà una bella canzone. Chi cerca troverà, anche qui, riferimenti storici cuciti nei margini – non nel centro, non dove ti aspetti. È una tecnica precisa: il significato più profondo non si presenta, si guadagna.
Hooligan: il caos ha un codice
“I go cuckoo crazy, loco, save me / Like El Cucuy” – e poi, in mezzo a questa esplosione linguistica multilingue, una parola in coreano: 이상 무. Sono un’espressione militare che significa “nessuna anomalia”, “tutto a posto”. In italiano potremmo tradurla come “situazione normale” un termine burocratico, quasi freddo.
Incastrata in un brano di caos controllato, quella frase funziona come un cortocircuito. Il contrasto tra il tono esplosivo della canzone e la sobrietà dell’espressione militare dice qualcosa che le parole da sole non riuscirebbero a dire: c’è un ordine dietro l’apparente disordine. I BTS non si sono persi. Stanno solo giocando, e lo fanno consapevolmente.
L’uso del coreano militare non è decorativo – è un codice che chi conosce la cultura comprende immediatamente. La leva obbligatoria è un elemento cardine della vita degli uomini coreani, una cesura biografica inevitabile. Dopo il servizio militare, usare 이상 무 è quasi un gesto ironico di autoironia collettiva: siamo tornati, siamo qui, situazione normale.
Aliens e il jungmori: la stranezza ha un ritmo antico
Aliens tratta il tema dell’alienazione – sentirsi fuori posto, stranieri anche in casa propria, diversi. È un tema universale, ma il modo in cui viene costruito musicalmente è profondamente coreano. Il jungmori è un pattern ritmico tradizionale della musica folk coreana, utilizzato nelle performance di pungmul e nelle narrazioni del pansori. Ha un’andatura irregolare, sincopata, che sfugge alla griglia ritmica a cui l’orecchio occidentale è abituato.
Usarlo in Aliens è un’operazione di grande precisione simbolica: il brano parla di chi non rientra negli standard, e viene costruito su un ritmo che lui stesso non rientra nella norma musicale mainstream. La forma esprime il contenuto. Non è un dettaglio per specialisti – è architettura.
FYA: il heung come filosofia
Uno dei concetti più difficili da tradurre della cultura coreana è heung (흥). Non è semplicemente gioia, non è euforia – è qualcosa di più collettivo e fisico, una scarica di energia condivisa che si genera quando le persone stanno insieme e il momento si trasforma in qualcosa di più grande della somma delle sue parti. Si sente nelle feste tradizionali, nel nongak, nei momenti in cui la musica smette di essere uno spettacolo e diventa una partecipazione.
FYA è heung allo stato puro. Non è un brano che si ascolta – è un brano a cui si partecipa. L’energia catartica che genera è precisamente quel tipo di rilascio collettivo che nella tradizione coreana ha una funzione sociale, quasi rituale. I BTS non usano mai questa parola nel brano, eppure FYA è una delle dimostrazioni più riuscite di cosa significhi concretamente.
2.0: non un ritorno, ma una nuova versione
C’è una tentazione, quando un gruppo dopo anni si riunisce, di attendersi la replica esatta di quello che era. 2.0 rifiuta esplicitamente questa aspettativa. È il brano più vicino al sound solista di ciascuno dei membri, e in questo c’è una logica narrativa precisa: il post-hiatus non cancella il percorso individuale, lo integra. I BTS del 2025 non sono i BTS del 2021 – sono qualcosa di nuovo, costruito su tutto quello che ciascuno ha vissuto da solo.
Il titolo dice tutto. Non sono 1.0 con un aggiornamento cosmetico. Sono una versione 2.0 – stessa identità, architettura rinnovata.
No. 29: il campanile che chiama
Ecco io avrei messo questa track prima nell’album è una campana. Non è una scelta estetica: è un riferimento preciso alla Divina Campana del Re Seongdeok, il più grande campanile dell’Asia orientale, risalente al periodo Silla. Secondo la tradizione, il suono di quella campana aveva il potere di raggiungere tutti gli esseri viventi – era una chiamata alla comunità, un risveglio collettivo.
No. 29 funziona esattamente come quella campana. Il brano avrebbe potuto aprire l’album con una dichiarazione d’intenti aggressiva, un colpo di scena sonoro. Invece sceglie la risonanza: entra nell’ascolto lentamente, crea un campo vibrazionale, prepara. È la transizione tra il BTS del periodo solista e il BTS del ritorno alle radici. Non taglia – accompagna.
Se si legge in quest’ottica, anche la posizione del brano acquista senso. Non è semplicemente il primo pezzo in scaletta: è il rito di ingresso.
Like Animals: Jung, l’ombra e la pace
“So what, your shadow’s a mess / I’m walkin’ with my own dirt” – se si conosce la discografia dei BTS, queste parole risuonano in modo preciso. Map of the Soul: 7 e Interlude: Shadow avevano aperto la porta alla psicologia junghiana anni prima. Il concetto di shadow – l’ombra, la parte oscura e repressa del sé che Jung considerava non il nemico ma la parte di noi che attendeva integrazione, era già stato esplorato con un’intensità a tratti dolorosa.
Like Animals arriva dopo, e la risposta è diversa. Non c’è più il conflitto dell’Interlude: c’è l’accettazione. Camminare “con il proprio sporco” non è una sconfitta, è la maturità di chi ha smesso di combattere la propria complessità e ha imparato a tenerla con sé. È una delle evoluzioni più coerenti dell’intera discografia, e il fatto che emerga in questo album, dopo il servizio militare, dopo la separazione, dopo la ricognizione interiore del periodo solista – la rende ancora più credibile.
They Don’t Know ‘Bout Us: la 촌놈 come atto politico
촌놈 è un termine coreano che significa letteralmente “campagnolo”, “persona di campagna”, con una connotazione spesso dispregiativa nell’uso colloquiale. In They Don’t Know ‘Bout Us, i BTS se ne appropriano come atto di rivendicazione identitaria.
La connessione con Boy With Luv non è stilistica ma biografica: i BTS vengono da contesti non privilegiati, non dalla scena patinata di Seoul. La loro storia non è quella di chi è stato scelto dall’alto, ma di chi si è costruito dal basso. Rivendicare quella ruralità, quella normalità – in un’industria che ha fatto di loro un fenomeno globale – è un gesto di autenticità che si oppone all’esceptionalism narrativo di cui spesso si parla a proposito del K-pop.
C’è anche un filo che collega questo brano al rifiuto di j-hope della narrativa eroica. Non siamo eroi, dicono – siamo 촌놈, e questo è già abbastanza.
Please e la tenuta del filo con le origini
Se dovessi indicare il brano dell’album più direttamente connesso alla prima fase della discografia BTS, sceglierei Please. Richiama Coffee, Just One Day, Converse High – quel periodo in cui la vulnerabilità veniva detta senza troppa costruzione intorno. C’è qualcosa di deliberatamente semplice in Please, come se stesse ricordando a se stessa e a chi ascolta da dove viene tutto questo.
Non è nostalgia fine a se stessa. È un promemoria: eravamo ragazzi normali che scrivevano canzoni normali, e quella normalità è ancora qui, intatta, sotto i milioni di stream e i Grammys.
Into the Sun: la fine aperta
Arirang non si chiude. Si apre. Into the Sun è un brano di rinascita, di trasformazione, ma non nel senso del compimento – nel senso del comincio. La sun, il sole, il solstizio, il corpo che emerge dall’ombra: sono immagini di transizione, non di arrivo. È una conclusione che rifiuta di essere un punto finale.
In questo, l’album è coerente con la sua logica interna: non è tornato per ricominciare da dove aveva interrotto, ma per andare avanti da dove si trova ora. Into the Sun è la promessa di quello che viene dopo Arirang, non la chiusura di quello che era prima.
Conclusione: la Corea che non si mostra
Cos’è Arirang, allora? Non è l’album tradizionale che mi aspettavo. Non è un ritorno alle radici nel senso turistico del termine – non ci sono hanbok in copertina, non c’è il gayageum in ogni traccia. Ma la Corea è ovunque: nel jungmori di Aliens, nel heung di FYA, nel 이상 무 di Hooligan, nella campana di No. 29, nella 촌놈 rivendicata in They Don’t Know ‘Bout Us.
La cultura coreana in Arirang funziona come funziona ogni identità profonda: non come decorazione ma come struttura. Non si mostra per impressionare – è semplicemente lì, necessaria, a tenere insieme le cose.
Dopo quattro anni, i BTS non si sono dimenticati di dove vengono. Hanno solo imparato a non doverlo gridare
