
Negli anni ’80 la Corea del Sud vive uno dei periodi più turbolenti della sua storia recente. La dittatura militare soffoca il dissenso, mentre la crescita industriale forzata trasforma il paese a un ritmo vertiginoso. In questo clima nasce il movimento Minjung, un’arte che sceglie di stare dalla parte del popolo.

Le radici del malcontento
Negli anni ’70 la Corea del Sud attraversa una rapida industrializzazione voluta dal regime di Park Chung-hee. Le città si riempiono di fabbriche e i lavoratori subiscono turni estenuanti e salari bassi. La cultura ufficiale promuove un’immagine di progresso e modernità , ma esclude le voci di chi paga il prezzo più alto di questo sviluppo.
In questo contesto l’arte coreana mainstream guarda a Occidente. Il dansaekhwa, la pittura monocroma allora dominante, privilegia forme astratte e neutre. Molti giovani artisti iniziano a considerarlo distante dalla realtà del paese. Vogliono un’arte che parli di fabbriche, contadini e periferie, non di superfici silenziose.
Il massacro di Gwangju, il punto di svolta
Nel maggio del 1980 la città di Gwangju diventa teatro di una delle pagine più drammatiche della storia coreana. Studenti e cittadini scendono in piazza contro il regime del generale Chun Doo-hwan. L’esercito risponde con una violenza spropositata e uccide centinaia di manifestanti disarmati.
Il massacro di Gwangju scuote profondamente la società coreana. Per molti artisti diventa impossibile continuare a dipingere come se nulla fosse accaduto. La tragedia accelera la nascita di un’arte apertamente politica, capace di denunciare la repressione e dare voce alle vittime.
Nasce Hyunsil-gwa Baleun
Già nel 1979, poco prima del massacro, un gruppo di artisti fonda il collettivo Hyunsil-gwa Baleun, che significa Realtà e Enunciazione. La loro prima mostra si tiene nel 1980 alla Dongsanbang Gallery e riunisce dodici artisti.
Il collettivo si oppone esplicitamente al formalismo del dansaekhwa. I suoi membri vogliono riportare l’arte a contatto con la realtà del paese, osservando criticamente i cambiamenti sociali portati dalla crescita industriale. Questa mostra segna la nascita formale del movimento Minjung, termine che significa letteralmente arte del popolo.
Xilografie, murales e fotomontaggi
Gli artisti Minjung scelgono tecniche che permettono di raggiungere un pubblico ampio e di partecipare attivamente alle proteste. La xilografia, chiamata panhwa, diventa il linguaggio simbolo del movimento. Le stampe possono essere riprodotte facilmente e distribuite durante manifestazioni e cortei.
Accanto alla xilografia si diffondono il fotomontaggio, il collage, i murales dipinti sulle pareti delle città e gli stendardi portati in corteo. Questi strumenti permettono agli artisti di uscire dalle gallerie e di entrare nelle strade, nelle università e nelle fabbriche.
I protagonisti del movimento
Oh Yoon è una delle figure più influenti del Minjung. Le sue xilografie, dai tratti spessi e dai messaggi diretti, diventano celebri anche come copertine di libri di poesia. Oh Yoon riesce a collegare l’arte da galleria con l’arte praticata nelle piazze, influenzando generazioni di artisti successivi.
Shin Hak-chul lavora principalmente con il fotomontaggio. Le sue opere comprimono in un’unica immagine decenni di storia coreana, denunciando dittatura militare, sfruttamento del lavoro e imperialismo culturale straniero.
Hong Sung-dam diventa uno dei nomi più noti legati alla tragedia di Gwangju. La sua serie di quarantanove xilografie intitolata Dawn racconta la rivolta e la repressione della città . Nel 1989 viene arrestato e torturato per la sua attività artistica e politica, e resta in prigione fino al 1992 grazie a una campagna internazionale di Amnesty International.
Accanto a questi nomi opera anche il collettivo femminile Siwol, che dedica il proprio lavoro alla condizione delle donne lavoratrici, spesso dimenticata anche all’interno degli stessi movimenti di protesta.
Il prezzo della dissidenza
Creare arte Minjung significa esporsi a censura, arresti e violenze. Il regime considera queste opere una minaccia diretta alla propria stabilità . Diversi artisti vengono interrogati, imprigionati o costretti a nascondere il proprio lavoro.
Nonostante la repressione, il movimento continua a crescere durante tutti gli anni ’80. Le immagini create dagli artisti Minjung circolano clandestinamente e diventano parte integrante dell’immaginario delle proteste studentesche e operaie che porteranno alla svolta democratica.
Il contributo alla democratizzazione del 1987
Nel 1987 la Corea del Sud ottiene finalmente elezioni presidenziali dirette, dopo mesi di proteste di massa in tutto il paese. L’arte Minjung accompagna questo percorso fornendo un linguaggio visivo condiviso alla protesta popolare.
Le opere del movimento non si limitano a documentare gli eventi. Contribuiscono attivamente a costruire un senso di identità collettiva tra manifestanti provenienti da contesti sociali molto diversi tra loro, dagli studenti universitari agli operai delle fabbriche.
Un’eredità ancora viva
Dopo la democratizzazione, l’influenza del Minjung non si esaurisce. Nel 1996 lo stesso governo coreano commissiona a Hong Sung-dam un grande murale lungo oltre trenta metri a Gwangju, a testimonianza di un cambiamento profondo nel modo in cui la nazione guarda a quella stagione di lotta.
Ancora oggi l’arte contemporanea coreana porta tracce del movimento Minjung, soprattutto nel rifiuto dell’elitismo artistico e nell’attenzione ai temi popolari e naturali. Molti spazi indipendenti nati a Seoul negli anni successivi si ispirano proprio allo spirito comunitario e antigerarchico di quella stagione.
Il dolore collettivo raccontato dagli artisti Minjung richiama da vicino il concetto coreano di han, quel sentimento di sofferenza accumulata che la cultura tradizionale cerca di elaborare attraverso pratiche come il han-puri. Chi desidera approfondire questo legame emotivo profondo può leggere il nostro articolo dedicato proprio al han-puri.
